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mercoledì 18 aprile 2007

In edicola ad aprile (parte 1)

Inizio una nuova rubrica: ogni mese riporterò gli articoli più interessanti (secondo me) che compariranno nelle varie riviste scientifiche (Newton e leScienze).

Nel numero di aprile di Newton:

- intervista a Carlo Rubbia (premio nobel per la fisica e consulente del ministero dell'ambiente) sul nuovo piano energetico europeo;

- la solita rubrica curata da Umberto Guidoni GRAVITA' ZERO;

- Inchiesta in due pagine sul WIMAX;

- Dentro le nuvole, articolo su come nascono le nuvole;

A che serve spendere denaro in conoscenza?

Proprio su queste pagine, un mese fa, Arthur C. Clarke ricordava quanto sia importante sostenere e aiutare l'immaginazione umana affinché il nostro mondo possa esplorare nuovi sentieri della conoscenza. La Nasa sembra aver recepito in pieno questo messaggio, tanto da aver deciso ora di chiudere per sempre il suo centro più avveniristico e immaginifico, il National lnstitute for Advanced Concepts. Per capirci, si tratta di un luogo dove si propongono e sperimentano «le idee più creative e rivoluzionarie per le future missioni spaziali» (parole della stessa Nasa). Per esempio, l'ascensore spaziale, che tra l'altro ha lo stesso Clarke tra i suoi ideatori, sistemi di propulsione futuristici ad antimateria o a campi magnetici, robot per esplorare altri pianeti. Il motivo della chiusura? Ristrettezze di bilancio. Insomma, quando bisogna tagliare qualcosa, la prima a cadere sotto l'accetta dei burocrati è la creatività, la scienza intesa come conoscenza. Spesso nelle interviste mi chiedono: «A cosa serve esplorare Saturno o mandare robot su Marte?». Immancabilmente rispondo: «A che cosa servono la Divina Commedia, la Nona di Beethoven, Monna Lisa e Snoopy?». Non voglio neppure ricordare che, secondo statistiche ormai consolidate, ogni dollaro o euro speso per lo spazio ne genera cinque di tecnologie utili sulla Terra. Poi chiedono ancora: «Perché sprecare tanto denaro nelle imprese spaziali quando metà della popolazione del mondo muore di fame?». Giustissimo. Il problema, però, è che con la chiusura del centro della Nasa e con simili provvedimenti che stanno mortificando la scienza un po' ovunque non un euro andrà ai bambini affamati. Sulla Terra si continuerà a morire di fame e anche i nostri sogni, cioè il nostro futuro, non se la passeranno più tanto bene.

Editoriale di "Newton", aprile 2007

giovedì 29 marzo 2007

Dura critica del presidente della Confindustria del Veneto. Le reazioni dei rettori

Di seguito un articolo più completo sulla discussione imprese-università riportata in un precedente post.


«Le nostre sono grandi aziende» aveva tuonato Pierfrancesco Ghetti, rettore dell'Università di Venezia Ca' Foscari di fronte al presidente Napolitano «ma fatichiamo a parlare con la politica e le industrie».«Nel Veneto - ha risposto ieri a Treviso sempre di fronte al capo dello Stato il presidente della Confindustria Andrea Riello - ci sono quattro università di grande tradizione e di buona qualità, ma spesso le sentiamo lontane dal nostro mondo e facciamo fatica a dialogare con loro».Eccolo il Nordest che avanza. Anche a spintonate e botte sulle caviglie senza pensare a diplomazia o altro. Riello lancia frasi come saette lamentandosi della lontananza delle Università dal mondo delle imprese e della produzione. E non ce l'ha con i docenti universitari che hanno appena parlato a Napolitano spiegando il Nordest quando - riferendosi agli atenei - aggiunge: «li vorremmo più integrati e vicini a noi, vorremmo assomigliassero di più ad imprese che competono sul mercato, consci che le nostre imprese del futuro dovranno essere sempre di più centri di ricerca ed eccellenza, e non solo luoghi per la manifattura».Dialogo? Critica? Tutte e due forse. Ma tanta uscita è bastata a mettere a fuoco un elemento fondamentale del sistema produttivo e intellettuale del Veneto: è enormemente difficile far dialogare università e produzione industriale. Chissà se proprio per questo Riello propone di «affidare ai singoli territori regionali anche la gestione delle spese per la ricerca e l'università ». Al blindato meeting dei rettori con Napolitano non si è mai parlato di "federalismo universitario". Riello ha colpito al bersaglio grosso. Sullo sfondo c'è il tanto famoso "Politecnico", temuto dal mondo imprenditoriale come il "Nuovo Carrozzone".

Non sarà per questo ma ieri nè Milanesi (il rettore padovano, leader della rivolta etica contro i tagli statali ai finanziamenti universitari) nè il veneziano Ghetti, hanno detto una sillaba, pur inseguiti dal cronista. Non così Carlo Magnani (rettore Iuav) che sembra aver raccolto l'invito di Riello sulla modernizzazione di burocrazia e gestione pubblica: «Penso sia finito il tempo delle polemiche. È ora di provare a incontrarsi e collaborare. Federalismo della conoscenza? Le nostre università sono già dentro reti internazionali. Piuttosto mi chiedo se il sistema produttivo non debba rendersi conto che l'ambiente e i modelli di qualità della virtù urbana non siano un grande capitale da preservare e far crescere. Qui può intervenire la nostra università ».

Davide Bassi, rettore di Trento guarda al un metodo che definisce "tranchant" ma, dice «ci sono oggettive necessità di trovare un migliore raccordo tra università e aziende. Non con convegni. E non dobbiamo dimenticare che università e industria hanno tempi diversi, non si ipotizzi un modello che non esiste. Suggerisco che le aziende impegnino i dottori di ricerca finanziando borse di studio. Lo fanno i migliori, all'estero. In quanto al federalismo universitario dico che ho la foto di Napolitano sulla mia parete, quella di Bruno Kessler (presidente scomparso nel 1974) ma non quella di Dellai (attuale presidente). La Politica deve intervenire e lo fa in questa Provincia. Ma il presidente dell'Università è Innocenzo Cipolletta, non un politico in buen retiro». Francesco Peroni, rettore a Trieste: «La polemica università -industria si sente più in Veneto, forse perché qui c'è una regia regionale. È già avviato uno sportello "relazioni industriali" nell'Area Science Park, per coordinare aziende e università . Ma vedrei con sospetto un federalismo universitario spinto Qui la convivenza Stato-Regione funziona anche con l'università ». «Ho parlato a Napolitano - spiega Furio Honsell, rettore di Udine - della terza missione dell'università : il servizio al territorio. Noi ci occupiamo in modo forte della valorizzazione economica della ricerca, brevetti e aziende spin off. Confindustria , qui, poteva parlare come Riello 5-6 anni fa, non ora che funziona una legge sull'innovazione». E anche Galan, stimolato, lancia un messaggio: «Federalismo universitario? Sì, ma come si fa poi con 400 cattedre di medicina solo a Padova?».

dal "Gazzettino" del 28.03/2007

Università, quando scocca l'ora della riforma

L'ora della rifonna uni­versitaria si avvicina. Molti la attendono. Le opinioni sono molte. Il pro­blema di come procedere si presenta così arduo. Tuttavia il processo di riforma non è eludibile, come è già stato sot­tolineato da molti. Prima do­manda: quale riforma per quale Paese? Comunque si pensi, il Paese sta cambiando e cambierà ancora molto. Una riforma ha effetti a breve ed a lunga scadenza. Battaglie di parte con obiettivi incoerenti, in momenti successivi, posso­no portare a morte il Paese.
Ciò ha una chiara conseguen­za: che la battaglia su un uni­co schema di riforma rischia di aumentare tensioni e non produrre risultati. D'altra par­te la esigenza di riforma è ine­ludibile. Da troppi anni la università ha preso sé stessa, le proprie personalità ed Isti­tuzioni come modello di ri­ferimento. I risultati sono ben visibili. La piccola e media impresa non ha mai avuto contributi (di questo i governi non sono responsabili). La in­dustria grande vive separata ed al più assume. I migliori non hanno la possibilità di trovare spazi di sviluppo ti­conosciuti. Mentre il costo della Università grava su tutta la comunità. Le vie per la Ri­forma tuttavia non mancano: mettere le Università sotto il traino di risorse umane fre­sche (Ministeri, Regioni, Co­muni, Rappresentanze di Set­tori economici) con una mag­gìor presenza politica sugli obiettivi. Mentre la accademia tornerebbe a difendere la pro­pria Cultura Scienza Tecnolo­gìa. Per raggiungere gli obiet­tivi condivisi.

di Gianni Degli Antoni, docente di Informatica applicata all'università Statale di Milano

Università e impresa è scontro aperto

Dopo il documento del Censis della scorsa settimana che dava l'allarme sulla scarsa utilità della formazione universitaria per le imprese adesso arrivano le conferme. Dal nordest italiano per giunta, l'area traino dello sviluppo. «Le nostre sono delle grandi aziende», ha detto Pierfrancesco Ghetti, rettore dell'università Ca' Foscari di Venezia di fronte al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita nel Veneto, «ma fatichiamo molto a parlare con la politica e le industrie». Una difficoltà di interlocuzione reciproca, percepita chiaramente anche dal mondo industriale. Il presidente di Confindustria Veneto Andrea Riello infatti, pur riconoscendo che in Veneto ci sono università di grande tradizione e buona qualità, ha sottolineato come spesso gli industriali le sentano troppo lontane: «facciamo fatica a dialogare con loro». Tanto più che «le imprese del futuro dovranno essere sempre di più centri d'eccellenza e di ricerca e non solo luoghi per la manifattura». Una polemica e insieme un dialogo a distanza. che sullo sfondo, come ipotizza Il locale Gazzettino Veneto, potrebbe avere proprio il Politecnico, temuto dal mondo industriale come un nuovo carrozzone. Da Riello è arrivata comunque anche una proposta: affidare ai singoli territori regionali anche la gestione delle spese per la ricerca e l'università.

da "L'indipendente" del 29.03.2007

lunedì 26 marzo 2007

Gli oroscopi e i tarocchi per la ricerca

tratto da "Newton" di gennaio 2007.

Qualcuno dei nostri lettori, o di coloro che hanno fatto della scienza la propria vita e il proprio lavoro, forse si sarà scandalizzato. Il nostro Roberto Vacca sicuramente. Personalmente sono del parere che ciascuno deve essere libero di passare il tempo come crede. La notizia è questa: Yahoo!, uno dei motori di ricerca più diffusi, ha reso noto alla fine dell'anno la classifica assoluta dei termini più cercati dai navigatori italiani. Ai primi cinque posti, in ordine, troviamo: meteo, chat, oroscopo, giochi, tarocchi. Per quanto riguarda la meteorologia posso solo dirmi contento (e con me lo sarà un altro nostro collaboratore, Mario Giuliacci), che questo tema sia così seguito dagli italiani. Mentre il successo riscosso da altre due delle cinque parole, l'oroscopo e i tarocchi, non fa che confermare ciò che un po' tutti sapevamo: gli italiani, e forse non solo loro, sono più contenti di credere al fumo di astrologi, negromanti e interpretatori di carte da gioco che alle cose concrete che la scienza costruisce proprio per farci vivere meglio.
Se la maggioranza delle persone preferisce affidare il suo futuro ai tarocchi invece di cercare di cambiario con i propri comportamenti o con l'aiuto, per esempio, di un medico, che lo faccia. Ma avanzo una modesta proposta: visto che lo Stato già lucra sull'ignoranza della popolazione attraverso il gioco del Lotto, che matematicamente è il più iniquo di tutti, perché non fare altrettanto gestendo in proprio le attività di cartomanzia, oroscopi, magie varie?
Con una clausola: dovrà destinare i ricchi introiti alla ricerca scientifica. Se così sarà, mi impegno fin d'ora a mettere una rubrica di astrologia su Newton.

Il dottorato ha gli occhi a mandorla

da “Le scienze” di febbraio 2007

Nei paesi dell'Estremo Oriente il numero dei dottorati in scienze e ingegneria cresce in modo esponenziale, di pari passo con il calo registrato nei paesi occidentali.

C'è un legame stretto tra l'istruzione universitaria in discipline scientifiche e ingegneristiche e la capacità di un paese di mantenere un livello soddisfacente di innovazione tecnologica e di sviluppo economico. Non stupisce quindi come il leader mondiale per innovazione tecnologica e scientifica, gli Stati Uniti, tenga sotto controllo con rapporti periodici della National Science Foundation lo stato dell'istruzione universitaria scientifica e ingegneristica in casa propria e nel mondo.

Il numero di dottorati in scienze e ingegneria rilasciati ogni anno negli Stati Uniti è aumentato dalla metà degli anni ottanta alla metà degli anni novanta, per poi diminuire fino al 2002. Dal 2003 si è registrata una ripresa, dovuta principalmente a studenti stranieri senza visto permanente di soggiorno che vanno negli Stati Uniti per conseguire il PhD, e nel 2003 il 32 per cento di tutti i dottorati scientifici o ingegneristici è stato rilasciato a studenti stranieri con permesso di soggiorno temporaneo.

Considerando solo ingegneria, la percentuale è del 55 per cento, per la matematica del 43. Dal 1983 al 2003 il 50 per cento degli studenti stranieri di dottorato in scienze e ingegneria negli Stati Uniti era asiatico. Ma se nei decenni precedenti moltissimi studenti asiatici andavano in America per studiare e una frazione consistente vi rimaneva contribuendo all'economia della conoscenza, oggi sempre più studenti asiatici restano nei loro paesi d'origine, oppure vanno all'estero ma fanno ritorno dopo aver conseguito il titolo.

Nel 2004 gli Stati Uniti hanno accolto il 40 per cento degli studenti che andavano a studiare all'estero. La percentuale è diminuita negli ultimi anni perché è aumentata la capacità di attrarre studenti di altri paesi: nel 2004 la Gran Bretagna ha accolto il 18 per cento degli studenti emigranti, la Germania il 15 e la Francia il 12. L'Italia ha percentuali trascurabili, dovute anche al fatto che per essere ammessi al dottorato da noi si deve superare un concorso pubblico per un numero limitato di borse di studio e con stipendi molto bassi.

Dalla fine degli anni novanta si è registrato un calo generalizzato dei dottorati in scienze e ingegneria nei paesi occidentali, mentre in Asia sono in continua crescita. Nella sola Cina, il numero degli studenti in scienze e ingegneria è passato da 1,8 milioni nel 1995 a 5,8 milioni nel 2003.

Il numero di dottorati all'anno in scienze e ingegneria conseguiti da cittadini di Cina, Corea del Sud, Giappone e Taiwan, sia nei loro paesi sia all'estero, è molto più elevato rispetto a quello di dottorati di cittadini statunitensi (grafico). Se si considerano chimica, fisica e ingegneria, i dati sono ancora più preoccupanti. Se il trend attuale continuerà, entro la metà del prossimo decennio più del 90 per cento dei chimici, fisici e ingegneri nel mondo sarà asiatico e lavorerà in Asia.

E l'Italia? I dati del Ministero della Ricerca indicano che nel periodo 1989-2000 le iscrizioni in matematica sono calate del 43 per cento, in fisica del 55 e in chimica del 63. Nel 2005 si sono immatricolati 1828 studenti in scienze e tecnologie fisiche, 1790 in scienze e tecnologie chimiche e 1702 in scienze matematiche. Sempre nel 2005 si sono immatricolati 15.286 studenti in scienze della comunicazione e 10.330 in scienze e tecniche psicologiche. Come potremo competere con l'Estremo Oriente?