venerdì 30 marzo 2007

Spin-Off Day

Intanto vi segnalo un'importante convegno sugli Spin-Off all'Università de L'Aquila che si terrà mercoledì 11 aprile a partire dalle 9.30.
La Ricerca fa impresa:l’Università risorsa per il territorio

Per maggiori informazioni: univaq.it

Rallentamenti

Dati i diversi impegni tra dentisti, esami, siti e ora si è aggiunta anche la raccolta firme per le elezioni studentesche all'Università (a cui dovrei prendere parte) gli aggiornamenti dei siti (questo blog, il sito personale e OpenTlc) saranno un po' trascurati.
Dopo Pasqua dovrei dare il colpo finale con una buona promozione dei siti sul web, cosa che per ora mi è impossibile.

Gnome 2.18

Arriva puntuale come sempre il rilascio della nuova versione dell'ambiente desktop Gnome, ora giunto alla versione 2.18. Il team di sviluppo afferma, anche con una certa tranquillità e sicurezza, che questo è uno dei passi del processo che porterà Gnome alla perfezione. Come ogni release che si rispetti anche l'ultima di Gnome contiene al suo interno un buon carico di miglioramenti apportati soprattutto al design grafico, alle performance di ogni singolo componente e alla sempre più crescente quantità di applicazioni integrate al suo interno.

Le novità che si possono immediatamente notare sono molte. Per cominciare, il miglioramento della sicurezza personale integrata all'interno dell'ambiente desktop permette di comunicare in assoluta sicurezza permettendo la codifica di email e file. Il tutto avviene attraverso una interfaccia di gestione delle chiavi personali più che mai user-friendly. Per quanto concerne il lato dell'internazionalizzazione si possono registrare notevoli miglioramenti in più direzioni, partendo dal supporto per le scritture in verticale al miglioramento di quelle Arabiche.

L'ultima versione ingloba anche dei tool per gli sviluppatori che permettono il loro contributo al miglioramento di software già esistenti. Ma la cosa che più delle altre ha il sapore della novità è quella che riguarda i giochi. Per la prima volta, infatti, Gnome viene rilasciato con dei giochi multiplayer. Ciò significa che potrete giocare on-line con i vostri amici con il nuovo gioco di scacchi 3D e con il tormentone di quest'ultimi mesi, il Sudoku.

Le altre caratteristiche della versione 2.18, come suggerito anche dallo stesso team GNOME, riguardano:

  • Una nuova applet per scrivere e memorizzare i propri post-it. Tomboy, questo il nome della applet, aiuta gli utenti a mantenere traccia dei loro più importanti appunti ordinandoli e permettendo una successiva ricerca molto più semplice
  • Gli utenti non potranno perdere traccia dei loro lavori e possono tranquillamente ricominciare un lavoro da dove l'avevano lasciato ricercandolo tra i file aperti di recente. Il tutto grazie alla nuova applet Deskbar
  • Gli utenti possono ora disporre di un potente e completo tool di analisi del proprio disco fisso, il Disk Usage Analyzer, che permette loro la visualizzazione di informazioni sempre più dettagliate, corredate anche da grafici e altri simbolismi.

I rincari di Wind e le proteste

Sale la protesta degli utenti per il passaggio obbligatorio ai nuovi piani tariffari (rincarati).
In particolare per il vecchio piano WIND 10 che ora passa a WIND 12...già il nome è tutto un programma.

Ecco i due piani messi a confronto:
Wind 10 - Scatto alla risposta 15 €cent Costo al minuto 10 €cent Sms 10 €cent

Wind 12 - Scatto alla risposta 16 €cent Costo al minuto 12 €cent Sms 15 €cent

Da come si può capire l'unico modo per non subire il passaggio forzato è il cambio di operatore.
In questi giorni è nato anche un blog a riguardo: http://nowind.wordpress.com/

Staremo a vedere...

giovedì 29 marzo 2007

Dura critica del presidente della Confindustria del Veneto. Le reazioni dei rettori

Di seguito un articolo più completo sulla discussione imprese-università riportata in un precedente post.


«Le nostre sono grandi aziende» aveva tuonato Pierfrancesco Ghetti, rettore dell'Università di Venezia Ca' Foscari di fronte al presidente Napolitano «ma fatichiamo a parlare con la politica e le industrie».«Nel Veneto - ha risposto ieri a Treviso sempre di fronte al capo dello Stato il presidente della Confindustria Andrea Riello - ci sono quattro università di grande tradizione e di buona qualità, ma spesso le sentiamo lontane dal nostro mondo e facciamo fatica a dialogare con loro».Eccolo il Nordest che avanza. Anche a spintonate e botte sulle caviglie senza pensare a diplomazia o altro. Riello lancia frasi come saette lamentandosi della lontananza delle Università dal mondo delle imprese e della produzione. E non ce l'ha con i docenti universitari che hanno appena parlato a Napolitano spiegando il Nordest quando - riferendosi agli atenei - aggiunge: «li vorremmo più integrati e vicini a noi, vorremmo assomigliassero di più ad imprese che competono sul mercato, consci che le nostre imprese del futuro dovranno essere sempre di più centri di ricerca ed eccellenza, e non solo luoghi per la manifattura».Dialogo? Critica? Tutte e due forse. Ma tanta uscita è bastata a mettere a fuoco un elemento fondamentale del sistema produttivo e intellettuale del Veneto: è enormemente difficile far dialogare università e produzione industriale. Chissà se proprio per questo Riello propone di «affidare ai singoli territori regionali anche la gestione delle spese per la ricerca e l'università ». Al blindato meeting dei rettori con Napolitano non si è mai parlato di "federalismo universitario". Riello ha colpito al bersaglio grosso. Sullo sfondo c'è il tanto famoso "Politecnico", temuto dal mondo imprenditoriale come il "Nuovo Carrozzone".

Non sarà per questo ma ieri nè Milanesi (il rettore padovano, leader della rivolta etica contro i tagli statali ai finanziamenti universitari) nè il veneziano Ghetti, hanno detto una sillaba, pur inseguiti dal cronista. Non così Carlo Magnani (rettore Iuav) che sembra aver raccolto l'invito di Riello sulla modernizzazione di burocrazia e gestione pubblica: «Penso sia finito il tempo delle polemiche. È ora di provare a incontrarsi e collaborare. Federalismo della conoscenza? Le nostre università sono già dentro reti internazionali. Piuttosto mi chiedo se il sistema produttivo non debba rendersi conto che l'ambiente e i modelli di qualità della virtù urbana non siano un grande capitale da preservare e far crescere. Qui può intervenire la nostra università ».

Davide Bassi, rettore di Trento guarda al un metodo che definisce "tranchant" ma, dice «ci sono oggettive necessità di trovare un migliore raccordo tra università e aziende. Non con convegni. E non dobbiamo dimenticare che università e industria hanno tempi diversi, non si ipotizzi un modello che non esiste. Suggerisco che le aziende impegnino i dottori di ricerca finanziando borse di studio. Lo fanno i migliori, all'estero. In quanto al federalismo universitario dico che ho la foto di Napolitano sulla mia parete, quella di Bruno Kessler (presidente scomparso nel 1974) ma non quella di Dellai (attuale presidente). La Politica deve intervenire e lo fa in questa Provincia. Ma il presidente dell'Università è Innocenzo Cipolletta, non un politico in buen retiro». Francesco Peroni, rettore a Trieste: «La polemica università -industria si sente più in Veneto, forse perché qui c'è una regia regionale. È già avviato uno sportello "relazioni industriali" nell'Area Science Park, per coordinare aziende e università . Ma vedrei con sospetto un federalismo universitario spinto Qui la convivenza Stato-Regione funziona anche con l'università ». «Ho parlato a Napolitano - spiega Furio Honsell, rettore di Udine - della terza missione dell'università : il servizio al territorio. Noi ci occupiamo in modo forte della valorizzazione economica della ricerca, brevetti e aziende spin off. Confindustria , qui, poteva parlare come Riello 5-6 anni fa, non ora che funziona una legge sull'innovazione». E anche Galan, stimolato, lancia un messaggio: «Federalismo universitario? Sì, ma come si fa poi con 400 cattedre di medicina solo a Padova?».

dal "Gazzettino" del 28.03/2007

Università, quando scocca l'ora della riforma

L'ora della rifonna uni­versitaria si avvicina. Molti la attendono. Le opinioni sono molte. Il pro­blema di come procedere si presenta così arduo. Tuttavia il processo di riforma non è eludibile, come è già stato sot­tolineato da molti. Prima do­manda: quale riforma per quale Paese? Comunque si pensi, il Paese sta cambiando e cambierà ancora molto. Una riforma ha effetti a breve ed a lunga scadenza. Battaglie di parte con obiettivi incoerenti, in momenti successivi, posso­no portare a morte il Paese.
Ciò ha una chiara conseguen­za: che la battaglia su un uni­co schema di riforma rischia di aumentare tensioni e non produrre risultati. D'altra par­te la esigenza di riforma è ine­ludibile. Da troppi anni la università ha preso sé stessa, le proprie personalità ed Isti­tuzioni come modello di ri­ferimento. I risultati sono ben visibili. La piccola e media impresa non ha mai avuto contributi (di questo i governi non sono responsabili). La in­dustria grande vive separata ed al più assume. I migliori non hanno la possibilità di trovare spazi di sviluppo ti­conosciuti. Mentre il costo della Università grava su tutta la comunità. Le vie per la Ri­forma tuttavia non mancano: mettere le Università sotto il traino di risorse umane fre­sche (Ministeri, Regioni, Co­muni, Rappresentanze di Set­tori economici) con una mag­gìor presenza politica sugli obiettivi. Mentre la accademia tornerebbe a difendere la pro­pria Cultura Scienza Tecnolo­gìa. Per raggiungere gli obiet­tivi condivisi.

di Gianni Degli Antoni, docente di Informatica applicata all'università Statale di Milano

Università e impresa è scontro aperto

Dopo il documento del Censis della scorsa settimana che dava l'allarme sulla scarsa utilità della formazione universitaria per le imprese adesso arrivano le conferme. Dal nordest italiano per giunta, l'area traino dello sviluppo. «Le nostre sono delle grandi aziende», ha detto Pierfrancesco Ghetti, rettore dell'università Ca' Foscari di Venezia di fronte al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita nel Veneto, «ma fatichiamo molto a parlare con la politica e le industrie». Una difficoltà di interlocuzione reciproca, percepita chiaramente anche dal mondo industriale. Il presidente di Confindustria Veneto Andrea Riello infatti, pur riconoscendo che in Veneto ci sono università di grande tradizione e buona qualità, ha sottolineato come spesso gli industriali le sentano troppo lontane: «facciamo fatica a dialogare con loro». Tanto più che «le imprese del futuro dovranno essere sempre di più centri d'eccellenza e di ricerca e non solo luoghi per la manifattura». Una polemica e insieme un dialogo a distanza. che sullo sfondo, come ipotizza Il locale Gazzettino Veneto, potrebbe avere proprio il Politecnico, temuto dal mondo industriale come un nuovo carrozzone. Da Riello è arrivata comunque anche una proposta: affidare ai singoli territori regionali anche la gestione delle spese per la ricerca e l'università.

da "L'indipendente" del 29.03.2007

Opentlc beta

Ho appena scoperto un altro CMS per blog molto professionale: WordPress.
La soluzione ideale per chi ha intenzione di realizzare un portale che abbia funzionalità di blog e sito web tradizionale.
E' partito così il lavoro per quello che dovrebbe essere il mio punto di arrivo: raccogliere su un unico sito notizie, discussioni, progetti, software e informazioni sull'Open Source e il mondo accademico con particolare attenzione sull'Ingegneria delle Telecomunicazioni.

Tutto questo in contemporanea all'inizio della pubblicazione di questo blog, alla nuova versione del sito e alla lavorazione per il sito del ristorante "Tre Scalini".

Potete vedere come procedono i lavori a: opentlc.wordpress.com

Campi elettromagnetici e rischi per la salute umana

Dr. Polichetti esiste un solo tipo di campi elettromagnetici o ve ne sono diversi?

Ne esistono molti. Quelli con una maggiore frequenza, come le radiazioni ionizzanti, quelle ultraviolette, la luce visibile e la radiazione infrarossa. Esistono poi i campi elettromagnetici caratterizzati da frequenze inferiori a 3000 GHz, cioè quelli non ionizzanti e non ottici. Tali campi vengono poi ulteriormente classificati come campi magnetici a frequenze estremamente basse: l' Extremely Low Frequencies (ELF,), non superiori a 300 Hz, e campi elettromagnetici a radiofrequenze e microonde (RF/MO) a frequenze superiori. I primi (50 Hz in Italia e nella maggior parte del mondo, 60 Hz negli USA e in altri Paesi) sono generati da linee elettriche per il trasporto dell'energia elettrica e da ogni dispositivo alimentato da rete . I campi a RF sono, invece, quelli generati per esempio da antenne radiotelevisive e telefoni cellulari. Il nostro progetto "Salute e campi elettromagnetici" è rivolto appunto alla comunicazione dei rischi dei campi elettromagnetici caratterizzati da frequenze inferiori a 300 GHz, cioè dei campi ELF e a RF.

E quali sono i rischi nel breve periodo per l'uomo che si espone alle frequenze dei campi ELF?

Nel breve periodo possiamo praticamente escludere che i campi ELF mettano in pericolo la salute umana. Infatti, gli effetti di questi campi consistono principalmente nella stimolazione dei tessuti muscolari e nervosi (eccitabili elettricamente), e possono rappresentare rischi per la salute solo quando la densità della corrente elettrica indotta all'interno del corpo dal campo esterno supera una soglia di circa 100 mA/m2, valore raggiungibile a fronte di esposizioni a campi a 50 Hz dell'ordine delle centinaia di kilovolt/metro per quanto riguarda il campo elettrico e di qualche millitesla per quanto riguarda l'induzione magnetica, (ipoteticamente quando si infila una mano bagnata nella presa della corrente elettrica). Altrimenti, la natura "a soglia" dei rischi sanitari a breve termine dei campi elettrici e magnetici ELF prevede un sistema di protezione che, imponendo delle restrizioni di base sulla densità di corrente, permette di eliminare completamente la possibilità di questi effetti. Tali restrizioni di base incorporano un fattore di protezione 10 per i lavoratori e di 50 per la popolazione generale. Si tratta di valori così elevati rispetto a quelli riscontrabili nei normali ambienti di vita e di lavoro che la possibilità di rischi a breve termine, quando ad esempio si sta davanti un elettrodomestico a casa o a un computer in ufficio, è praticamente da escludersi.

E invece nel lungo periodo?

Il discorso è in questo caso diverso. Pur non esistendo al momento alcuna relazione di causa-effetto tra esposizione per lunghi periodi ai campi ELF e insorgenza di alcune malattie, in particolare tumori cerebrali e leucemie infantili, alcuni studi epidemiologici indicano tuttavia un'associazione. In particolare, l'indagine sugli effetti a lungo termine dei campi ELF si è sviluppata lungo le tre direzioni complementari della ricerca sperimentale in vitro su campioni cellulari, della ricerca sperimentale in vivo su animali di laboratorio e della ricerca epidemiologica, di natura osservazionale, che ha come oggetto d'indagine direttamente l'uomo.

Cosa hanno evidenziato questo tipo di ricerche?

L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha esaminato nel 2001 le evidenze scientifiche, sia sperimentali che epidemiologiche, relative alla cancerogenicità dei campi elettrici e magnetici alle frequenze ELF. Le evidenze di cancerogenicità dei campi elettrici ELF sono state giudicate "inadeguate" dalla IARC, così come le evidenze epidemiologiche relative all'associazione dei campi magnetici ELF con tutte le patologie tumorali negli adulti e con quelle differenti dalla leucemia nei bambini. Diverso il discorso per l'associazione tra la leucemia infantile e le esposizioni residenziali ai campi magnetici. In questo caso l'evidenza scientifica non è risultata del tutto negativa, ma "limitata", è stato espresso cioè un giudizio intermedio tra quello di evidenza "inadeguata" ed evidenza "sufficiente". Tuttavia, proprio perché si tratta di un'associazione riportata da studi epidemiologici, non è possibile escludere altre spiegazioni dell'associazione osservata, quali possibili fattori di confondimento, distorsioni relative al reclutamento dei soggetti studiati (bias di selezione), o problemi nella valutazione dell'esposizione che spesso è avvenuta anni prima che venisse effettuato lo studio. Per questo motivo, e per il fatto che la ricerca sperimentale non ha fornito elementi a sostegno della cancerogenicità dei campi magnetici mediante studi su animali, la IARC ha classificato i campi magnetici ELF solo come "possibilmente cancerogeni per l'uomo", escludendo quindi un'associazione certa o anche solo probabile.

E per quanto concerne i campi a RF?

In parallelo al rapido sviluppo della telefonia mobile, è aumentato anche l'impegno della ricerca in tutto il mondo, ma particolarmente in Europa, grazie anche agli importanti contributi dell'Unione Europea nell'ambito del Quinto e Sesto Programmi Quadro. La maggior parte dei progetti Europei riguarda esposizioni a RF nelle bande di frequenza utilizzate per la telefonia mobile, in sistemi sperimentali di valutazione della cancerogenesi (PERFORM-A), co-cancerogenesi (CEMFEC), genotossicità (REFLEX), effetti sul sistema uditivo delle tecnologie GSM (GUARD) o UMTS (EMFnEAR) ed effetti sul sistema nervoso (RAMP 2001). Merita di essere segnalato, inoltre, il programma di ricerca (PERFORM-B).

Cosa hanno mostrato questi progetti?

Gli studi su animali non hanno prodotto evidenze consistenti con l'ipotesi che l'esposizione a RF comporti induzione di neoplasie, aggravi l'effetto dell'esposizione a cancerogeni noti, o acceleri lo sviluppo di tumori trapiantati, né che sia in grado di indurre effetti genotossici in vivo. Non vi sono consistenti indicazioni dalla ricerca in vitro che i campi a RF a livelli non-termici di esposizione comportino effetti sulla regolazione del ciclo cellulare, sulla proliferazione, sulla differenziazione, o sull'apoptosi.

E per quanto concerne invece gli effetti sull'uomo?

Studi osservazionali e sperimentali non hanno fornito supporto all'ipotesi di un'associazione tra esposizione a RF ed insorgenza di sintomi neurovegetativi, a volte indicati come "ipersensibilità ai campi elettromagnetici". Studi su possibili effetti neurologici o riproduttivi non hanno indicato rischi sanitari per livelli di esposizione inferiori ai limiti raccomandati internazionalmente; tuttavia, per malattie diverse dai tumori sono attualmente disponibili pochi dati epidemiologici.

Sono state condotte ricerche epidemiologiche focalizzate sul rischio di tumori in relazione all'uso del cellulare tra gli adulti?

Alcuni studi sono stati condotti dal 1999 fino all'inizio del 2006: un primo gruppo di studi ha analizzato i trend temporali di incidenza dei tumori cerebrali o dei melanomi oculari in relazione alla diffusione dell'uso dei telefoni cellulari, senza osservare correlazioni tra i due fenomeni. Due studi di coorte sono stati condotti su titolari di un contratto di telefonia mobile. Il primo, negli Stati Uniti, è stato precocemente interrotto dopo un solo anno di follow-up, mentre il secondo, realizzato in Danimarca ha dato finora luogo a due analisi, relative a latenze medie di circa 3 e 8,5 anni. Nel recente aggiornamento del follow-up della coorte danese non è stato evidenziato alcun incremento di rischio per tumori intracranici (né separatamente per gliomi, meningioma o neurinomi del nervo acustico), né per tumori della parotide, né per leucemia. In una meta-analisi dei risultati di 12 studi (prevalentemente di tipo caso-controllo) pubblicati entro la fine del 2005 e relativi all'incidenza di tumori intracranici in relazione all'uso del cellulare per durate uguali o superiori ai 5 anni, non si osservavano eccessi di rischio per l'insieme dei tumori intracranici o per gliomi, meningiomi e neurinomi del nervo acustico, né sono emersi indicazioni di eccessi di rischio in relazione al tipo di cellulare utilizzato (analogici o digitali) o per particolari localizzazioni intracraniche delle neoplasie (tumori temporali o occipitali).

Esiste in questo ambito uno studio internazionale dedicato ai possibili rischi dell'uso del telefono cellulare?

Si. Si tratta dello studio INTERPHONE, al cui aderisono 13 centri nazionali. Sei di questi (Danimarca, Germania, Giappone, Norvegia, Svezia e Inghilterra) hanno già pubblicato analisi a base nazionale sul rischio di tumori intracranici o della parotide e uso del cellulare; inoltre, sono anche state pubblicate analisi combinate di sottoinsiemi di risultati. Nell'analisi combinata degli studi sui neurinomi del nervo acustico condotti in 6 centri Nord-Europei partecipanti ad INTERPHONE sono stati inclusi 678 casi e 3553 controlli. Non si osservavano incrementi di rischio in relazione all'uso regolare del cellulare, né associazioni del rischio con la durata d'uso, il numero di telefonate cumulative, le ore cumulative d'uso. Nel sottogruppo degli utilizzatori di lunga durata (10 anni o più) si è notato, invece, un incremento del rischio per tumori ipsilaterali rispetto all'uso dichiarato del cellulare, d'incerta interpretazione in quanto accompagnato ad un deficit di tumori ipsilaterali tra gli utilizzatori con durata d'uso minore. Nell'analisi combinata degli studi sui gliomi condotti in 5 centri Nord-Europei partecipanti ad INTERPHONE, a fronte della completa mancanza di associazione con l'uso regolare del cellulare, con la durata totale d'uso, il tempo trascorso dall'inizio d'uso e l'intensità d'uso, si è osservato un aumento del rischio al limite della significatività statistica tra gli utilizzatori di lunga durata (oltre 10 anni) per tumori ipsilaterali.

Quali sono le evidenze attualmente a disposizione sull'uso del cellulare?

In conclusione, l'insieme dell'evidenza epidemiologica indica che l'uso del telefono cellulare per durate inferiori ai 10 anni non comporta incrementi del rischio di tumori cerebrali o di neurinomi del nervo acustico; per quanto riguarda durate d'uso più elevate, i dati sono scarsi e le conclusioni sono di conseguenza incerte e preliminari. Restano aperti diversi problemi interpretativi di questa prima generazione di studi sulla relazione tra uso del cellulare e rischio di tumori negli organi e tessuti in maggiore contiguità con l'antenna dei cellulari. In particolare non è chiara la corrispondenza tra gli indicatori di uso del cellulare sinora utilizzati (durata della titolarità di un contratto di telefonia mobile negli studi di coorte e intensità d'uso riferita dal soggetto negli studi caso-controllo) e dose di RF a livello degli organi d'interesse.

www.iss.it

Innovazione, italia al 38° posto

L'indice globale del WEF pone il Belpaese dietro Tailandia, Qatar e Tunisia. L'anno scorso però l'Italia era 42esima nella classifica dei paesi più attenti a sfruttare le opportunità della Società dell'Informazione. Danimarca su tutti.
E la classifica di 122 paesi nel Mondo, disponibile qui in PDF, non risparmia neanche altri grandi stati europei. La Spagna è al 32esimo posto, la Francia al 23esimo e la Germania al 16esimo. Né mancano gli scossoni al vertice. Per la prima volta a guidare la classifica è la Danimarca mentre per gli USA si confermano le tendenze dell'ultimo anno: il paese è infatti sceso al settimo posto, mentre due anni fa era al primo.
Come già negli anni scorsi, sono proprio i paesi del Nord Europa ad emergere come "traino" della rivoluzione digitale: oltre alla già citata Danimarca, tra i primi 10 della classifica si collocano Svezia, Finlandia, Olanda, Islanda e Norvegia. Tra i maggiori paesi dell'Unione Europea, solo il Regno Unito si attesta su un dignitosissimo nono posto.